giovedì 30 novembre 2017

Il caso della materna "Korczak" di Vercelli: no alla caccia alle streghe!

Le immagini delle violenze fisiche e verbali di cui alcune maestre della scuola dell'infanzia "J. Korczak" di Vercelli si sono rese responsabili sono state diffuse più volte dai telegiornali nazionali in questi giorni. La Polizia ha mostrato, attraverso gli organi di stampa, un video in cui si vedono chiaramente le insegnanti strattonare i loro piccoli alunni e gridare contro di loro con veemenza, creando nella classe un clima di vero e proprio terrore. I fatti (gravissimi) si commentano da sé.
Perciò vorrei spostare l'attenzione sul dibattito che, in questi giorni, si sta scatenando in città, a proposito delle responsabilità dell'intero corpo docente (!!) e sulla possibilità di prevenire episodi di questo genere - di cui, purtroppo, sempre più spesso, riceviamo notizia.
Come insegnante, sono la prima ad essere indignata per quanto successo alla scuola materna "Korczak" di Vercelli e a ritenere che le persone coinvolte vadano punite severamente: ne va della professionalità di tutta la categoria.
Detto questo, non sopporto e non tollero il clima da "caccia alle streghe" che si sta diffondendo a Vercelli. Non è giocando a fare i piccoli inquisitori che potremo risolvere problemi di tale entità.
Vogliamo fare una riflessione SERIA sulle condizioni del sistema scolastico italiano (riformato, legislatura dopo legislatura, da ministri che non hanno mai messo piede in un'aula scolastica e che sono ansiosi di verificare, a pagamento, solo la nostra erudizione - del tutto inutile, quando ci si trova a dover gestire classi di 30, 34 persone)? Allora partiamo dai criteri di selezione del personale, che dovrebbero basarsi innanzi tutto sulla capacità del singolo docente di gestione dello stress e di risoluzione del conflitto nell'immediato. Questo taglierebbe fuori dalla scuola pubblica tutti quegli "insegnanti" (e ce ne sono tanti!) che "scelgono" di fare questo mestiere non perché realmente lo amino e desiderino svolgerlo, ma perché si tratta di un posto pubblico, a cui è relativamente facile accedere (seppure come precari) e che garantisce uno stipendo pagato con regolarità da settembre a giugno. Perdonate la franchezza, ma non è questo lo spirito che dovrebbe spingerci all'insegnamento, che è un lavoro bellissimo, ma anche molto difficile.
Se vogliamo essere utili e proteggere davvero i nostri bambini, parliamo di questo... sforziamoci, per una volta tanto, di fare riflessioni sensate, supportate da opinioni INFORMATE.
Le ronde delle mammine-pancine da una scuola all'altra non solo non aiutano nessuno, ma sono addirittura controproducenti.
Screenshot tratto dal filmato diffuso dalla Polizia di Stato.
Vorrei anche aggiungere (last but not least) che i giornalisti (nazionali e locali) parlano tanto del "clima omertoso" fra insegnanti (dimostrando di non avere ben chiaro che cosa significhi svolgere il proprio lavoro con passione: chi insegna perché AMA farlo, non ha NESSUN INTERESSE a coprire colleghi nullafacenti o, peggio, pericolosi per i bambini e i ragazzi!), ma ben pochi si soffermano sulle responsabilità della dirigente che, a spron battuto, continua a ripetere a tv e giornali di "non averne mai saputo niente". Fosse anche vero (e questo va comunque accertato), si tratta di un fatto gravissimo: dov'era questa dirigente che, da ottobre 2017, ha ricevuto - come tutti i presidi - ben 400 euro di aumento di stipendio?
Un insegnante non è per forza tenuto sapere che cosa accada nella classe del piano di sotto o dall'altro capo del corridoio - non è questo il suo compito. Invece un dirigente dovrebbe saperlo... dovrebbe essere, questo, il primo dei suoi doveri!
Invece tutti sono pronti a bruciare sul rogo le maestre della scuola "Korczak", anche quelle che non sono state inquisite ("Perché sapevano! Sono omertose, conniventi"... e giù con tutto il repertorio da Ku-Klux-Clan di provincia), ma nessuno si sofferma a riflettere su quanto sia GRAVE che una dirigente scolastica (pagata circa 3.000 euro al mese) per VIGILARE su quanto avviene a scuola continui a ripetere coram populo: «Io non ne sapevo nulla».

Eloisa Massola

giovedì 24 agosto 2017

Scusami, Hegel...


"Was vernünftig ist, das ist wirklich; und was wirklich ist, das ist vernünftig".

Così recita G.W.F. Hegel nella prefazione ai suoi “Lineamenti di filosofia del diritto”.
Hegel non è “un” filosofo: Hegel è un mostro sacro della storia della filosofia. Senza perderci nelle miriadi di descrizioni del pensiero e delle opere del tedesco, cerchiamo di concentrarci su un’interpretazione di questa frase, che tanto ha prodotto sviluppi successivi nella storia della cultura e dell’umanità.
La frase sopra citata è generalmente traducibile in questo modo: “Ciò che è razionale è reale; e ciò che è reale è razionale”. Senza dubbio, una bella trovata.
Hegel è il filosofo che estremizza l’idealismo e lo porta, a suo dire, alla sua compiutezza massima: l’incarnazione più completa, immanente, olistica della Ragione Cosmica, o Spirito Assoluto, forza generatrice e creatrice dell’universo. L’Idea pura si auto-espone nel mondo fisico, creandolo e facendone esperienza, per poi ritornare al mondo dei concetti, migliorata di questa esperienza cosmica.
Se non fosse Hegel a scriverlo, potremmo facilmente accreditare tutto questo a qualche esoterista di scuola steineriana o ancora meglio orientale. Invece è proprio il filosofo di Stoccarda, quello che ha trasformato l’intera storia della filosofia fra ‘700 e ‘800 assieme a Kant, per poi cedere il passo agli allievi Feuerbach e Marx.
Dobbiamo però sintetizzare, per non perderci nella incontenibile produzione di Hegel: concentriamoci su questa rivoluzionaria e lapidaria frase.

Se tutto ciò che è razionale è reale, dobbiamo intendere che la ragione è immersa in questo mondo che viviamo in ciascuno dei suoi aspetti. Ogni pensiero è manifesto nella realtà.
Se tutto ciò che è reale è razionale, dobbiamo intendere che la realtà in cui siamo immersi è dettata dalla ragione. Lo Spirito Assoluto, ossia la Razionalità dell’universo, determina la nostra realtà di ogni istante.
Le riflessioni sono a dir poco necessarie: qui non si tratta di beghe filosofiche o storico/politiche, qui si tratta di guardarsi allo specchio e chiedersi se questo mondo sia il migliore possibile che il Cosmo possa aver prodotto (un po’ come per Leibniz, ma non dobbiamo confonderci...), oppure se la Razionalità universale si stia ancora adoperando per svilupparsi nel mondo.
Se ognuno di noi osserva la sua vita, e dico OGNUNO DI NOI, ed affermasse che la ragione è tutto intorno a noi, ebbene sarebbe da studiare. Clinicamente, psicologicamente, socialmente, praticamente.
Hegel provò a fondare un suo sistema universale esistenziale ed esaustivo. Come? Travisando tutto ciò che potesse, tranne l’idea di dialettica. Solo questo ha davvero azzeccato bene. Il resto lo ha reso mostruoso, quasi cercasse di sopprimere ogni buon senso.
Egli partì dallo stravolgimento che Fichte operò sull’Io-Penso di Kant, trasformando questo “operatore mentale” in una coscienza universale che genera il sé e il mondo attorno al sé. Poi, concepì che il cosmo produce tutto ciò che esiste in tre fasi differenti: la tesi (momento astratto), la sua contrapposta antitesi (momento negativamente razionale) e la loro conseguente sintesi (momento positivamente razionale). Il passaggio da antitesi a sintesi è chiamato “aufhebung”, superamento: un delirio in cui il Cosmo “toglie e mantiene” al contempo elementi qualitativi dei due momenti contrapposti per giungere alla sintesi.
Secondo Hegel, tutto ciò che esiste, emozioni e pensieri compresi, funziona così. E la Razionalità universale ha percorso la storia dell’umanità in tante tappe (spiegate in alcuni dei suoi testi, su cui la famosissima “Fenomenologia dello Spirito”) fino ad arrivare al suo compimento perfetto, coglibile dalla sola Filosofia (sintesi di Arte e Religione) e manifesto nell’epoca della grande Prussia in cui viveva ed insegnava. Ecco servito un ciarpame di frustrazioni, venduto al pubblico da Hegel come “scienza compiuta”.
Dov’era la razionalità cosmica prima che esistessero l’uomo e l’umanità? È solo l’uomo che l’ha realizzata in questo mondo fisico? E come fa la Natura, che tanto amava Hegel, a non rappresentare l’Idea (o Logos) generatore del Cosmo stesso? Come può la Natura essere l’antitesi dell’Idea??? E la Prussia dell’Ottocento era davvero, agli occhi di un genio del pensiero, l’incarnazione sociale dello Spirito Assoluto che era giunto al compimento della sua Grande Opera?
Io penso che Hegel, dotato di un acume e d’una profondità uniche, abbia fatto nient’altro che ingannare se stesso tutta la vita. E mi dispiaccio: avesse avuto meno paura, avrebbe davvero cambiato (in meglio) la cultura occidentale. E invece si è sentito quasi ateo dopo essere stato religioso ed aver concepito lo Spirito Assoluto cosmico. Ha parlato di “incessante dialettica universale” e poi l’ha castrata al 1831, ha concepito lo “stato etico” per poi ammettere e giustificare la totale ingiustizia sociale di quei tempi.
Mi spiace davvero, ma ha detto bene Schopenhauer: “Calibano intellettuale, sicario della ragione”. Anche perché il caro Hegel ha irriso se stesso proprio sulla dialettica: essa è il movimento eterno dello Spirito Assoluto, della Ragione Universale. Dopodiché, arrivati alla Filosofia, sintetica fusione di religione ed arte (dal versante speculativo) e arrivati all’eticità, sintetica fusione di moralità e diritto (dal versante sociale), questo incessante movimento cosmico si arresta. E futuro non c’è. Perché? Perché Hegel si crede il portavoce ultimo dell’idealismo, la filosofia per eccellenza che ha superato (togliendo e mantenendo!!!) tutte le altre forme di sapere. Perché siamo nella grande Prussia del primo ventennio dell’Ottocento. Di meglio non potrà esserci. Eppure, caro Hegel...

Concludiamo con Marx, il suo più prolifico seguace e interprete. Si può essere marxisti o marxiani (e non è un gioco di parole...), si può capire Marx o soltanto “amarlo”, si può leggerlo senza inneggiarlo, si può inneggiarlo senza leggerlo, si può criticarlo senza conoscerlo e conoscerlo senza criticarlo. Si può essere comunisti senza essere marxisti o marxisti senza essere comunisti (anche se più difficile...); ma non si può togliergli il grande e immortale merito di aver detto a Hegel (parafrasi del tutto personale, ndr): «Somaro, hai fatto un gran casino. Bastava solo metà di quella frase, il resto l’hai usato per scopi puramente personali ed opportunistici».
Per Marx, ciò che è reale, la società in cui si vive, fatta di uomini, donne, bambini, animali, ambiente, case, alberi, giardini, fabbriche, panettieri, carbone, patate e sigari, NON È razionale, anzi è del tutto irrazionale, iniqua e ingiusta. Umanamente inaccettabile e del tutto discutibile. Se poi il filosofo di Treviri ci ha costruito una sua teoria politico/filosofica che ha sconvolto il corso dei tempi, questo è giudizio di ognuno di noi, ma sicuramente ha inciso più Marx di Hegel nella storia dell’umanità. Quindi a Hegel un regalino non l’ha portato nemmeno il suo Spirito Assoluto: questi l’ha portato al suo allievo Marx, meritevole di averle “suonate” al maestro. Marx ha quindi intrapreso la sua strada: amata, odiata, anelata, deturpata, travisata, schifata o altro. Ma comunque strada piena di idee che concretizzano eventi: ragione che si fa realtà.
Quando invece, povero Hegel, hai ecceduto con la birra ed è la realtà a fare la ragione, ahimè non hai proprio niente da dirci se non “negativamente” (il “negativo” filosofico) e ognuno di noi resta un universo di per sé. Hai realizzato l’unità di pensiero ed essere, poi l’hai congelata istantaneamente nelle tue autocelebrazioni. Hai svenduto il tuo acume intellettuale alla società del tuo tempo, volendo forzare l’esistenza dentro alla ragione: avresti certamente avuto più fortuna imparando da Parmenide, Spinoza e dal tuo ex amico Schelling.

Paolo Pulcina

domenica 16 luglio 2017

Po(i)etica: "Solo nera"

Inauguriamo oggi la buona abitudine di dedicare uno spazio periodico anche alla poesia. Poiché la poesia è «il salvagente / a cui mi aggrappo / quando tutto sembra svanire» (Khalil Gibran).

Solo nera
di Silvia Garbarini

Sono nera
avevo paura
sono scappata
ho chiesto un lavoro
ma

sono nera
avevo paura
ho chiesto scusa
e per favore
ma

sono nera
avevo paura
ho chiesto aiuto
una dimora per i miei bambini
ma

sono nera
avevo paura
ho continuato ad averne
finché
mi hanno venduta
come merce
e ho capito
che

sono nera.

(Qui le notizie sull'autrice, di cui abbiamo già pubblicato il racconto per bambini La luna nera.)

lunedì 3 luglio 2017

La luna nera - Un racconto di Silvia Garbarini

Molto tempo fa, prima dell'avvento di Internet, social network, tablet e smartphone, le fiabe erano uno strumento insostituibile, a disposizione dei più piccoli, per imparare a gestire le difficoltà della vita, i fallimenti e le frustrazioni, i pericoli e le minacce. Raccontate prima di andare a dormire (quando, cioè, la nostra anima e la nostra mente sono maggiormente disposte a percepire, introiettare e rielaborare), permettevano ai bambini di sviluppare doti preziose, come l'intelligenza, l'autostima e l'importanza dell'autoaffermazione.
Oggi, purtroppo, la tecnologia ci ha confusi. E' molto più facile far addormentare i propri figli davanti al televisore oppure intontirli dando loro in mano un tablet mentre siamo in pizzeria, tanto per farli stare buoni, invece di tentare di educarli alle emozioni. Il risultato di simili metodi "educativi" (e lo si vede bene durante l'adolescenza!) è la difficoltà sempre maggiore, da parte dei giovani, a relazionarsi attraverso il dialogo e a gestire consapevolmente l'emotività. «Oggi è difficile parlare» scrivono a volte nei temi. «Preferiamo messaggiare, ma poi ciò che temiamo è il contatto con le persone.»

Per questo ci è sembrato giusto e importante pubblicare su questo blog una fiaba scritta da una giovanissima scrittrice valsesiana, Silvia Garbarini - che così si presenta ai suoi lettori:

«Mi chiamo Silvia Garbarini e sono una ragazza che ha appena finito di sostenere l’esame di maturità al liceo delle Scienze umane Gaudenzio Ferrari a Borgosesia. La scrittura e la lettura sono sempre state le mie più grandi passioni che coltivo fin da quando ero piccola. A queste se ne aggiunge una terza, la danza. Nel tempo libero scrivo un po’ di tutto, spaziando dal drammatico ai racconti per bambini, ma adoro soprattutto comporre poesie.
Scrivere per me è come “vivere un po’ di più”, è rendere ogni giorno un po’ più mio.»

In questi tempi - in cui ci riversiamo addosso gli uni gli altri una valanga di parole senza più saper comunicare veramente - ben vengano nuovi talenti, desiderosi di riscoprire il valore po(i)etico e un po' magico della parola scritta.

La luna nera

C’era una volta un uomo molto molto alto che era sempre vestito di nero. Portava un cilindro sulla testa e le sue guance erano rosse come pomodori. L’uomo, il cui nome era Thor, abitava in una vecchia casa sulla collina, in un piccolo villaggio chiamato Picchiodoro. In questo paese regnavano la pace e la serenità poiché tutti gli abitanti erano molto contenti del loro re. Quest’ultimo era un uomo minuto dall’aria gentile sul cui viso non mancava mai il sorriso. Il re vestiva sempre di giallo e cucinava spesso biscotti a forma di sole, dal sapor di cannella, da offrire a tutti i bambini di Picchiodoro. Egli organizzava molte festicciole all’interno del suo regno, cosicché anche i cittadini più poveri potessero ridere e ballare grazie alle gentilezze del re tanto amato.
Un giorno però, qualcosa all’interno del regno cambiò.
Di notte, mentre gli abitanti dormivano, un pianto risuonò nel vento; Thor, spaventato, si svegliò, si affacciò alla finestra preoccupato e alzando gli occhi al cielo si accorse che la Luna piangeva, triste come la pioggia che cade in autunno. “Perché piangi?” chiese sottovoce Thor, attento a non spaventare la Luna. Ella rispose: “Sono brutta e pallida! Voi abitanti non mi osservate mai, mi ignorate! Vi preoccupate di ammirare solo mio fratello, il Sole, che con tutti quei raggi dorati non smette mai di ammaliarvi!” Thor allora rispose: “ Mi dispiace Luna! Ma cosa posso fare io, che sono solo un uomo?” E la luna: “Nascondimi con i tuoi vestiti neri, cosicché io possa sparire da qui una volta per tutte!” L’uomo si spogliò del suo mantello e avvolse con cura la luna, fino a soffocarne la luce che soleva emanare.
I giorni passarono e a poco a poco gli abitanti di Picchiodoro si accorsero che non riuscivano più a dormire; una notte tutti i cittadini corsero disperati dal Re in cerca di conforto ed egli parlò loro. “Cittadini di Picchiodoro, ascoltatemi tutti! La luna ci ha abbandonati, è per questo che non riuscite a prendere sonno. Thor mi ha raccontato che la luna è triste perché noi non la apprezziamo e non ci preoccupiamo mai per lei, per questo si è spenta! Stanotte andremo tutti sul ponte della Vecchia Quercia, la riaccenderemo e lei ci perdonerà. Le dimostreremo che le vogliamo bene!”
Illuminando il sentiero con candele e lucerne tutti gli abitanti si incamminarono fino a raggiungere il luogo indicato dal Re. Thor era già là. I cittadini non persero tempo, si sdraiarono supini sull’umido prato vicino al ponte e alzarono gli occhi verso le limpide stelle della notte. Rimasero così per ore, cercando nel cielo uno spicchio di luna; ed ecco che ella se ne accorse. La Luna, accarezzata e accolta da tutti quegli occhi, si sentì rinascere. Pian piano diventò più tiepida e la sua luce riprese a splendere come una lanterna accesa dagli occhi felici di tanti uomini.

lunedì 20 marzo 2017

Antonio Manzini: "7-7-2007" e "Orfani bianchi"

C'è una sorta di "Senso al Nero" che attraversa l'opera di Antonio Manzini, attore, sceneggiatore, regista, scrittore e celebre genitore letterario del personaggio di Rocco Schiavone, interpretato sullo schermo da Marco Giallini.
Io l'ho scoperto quasi per caso - suggeritomi da una cara amica (nonché lettrice raffinata e intelligente) e regalatomi poi (parlo di 7-7-2007) da mia madre per Natale.
7-7-2007 è il capitolo finale dei romanzi incentrati sulla figura del vicequestore Schiavone; mentre Orfani bianchi (anche questo un regalo - del mio compagno, che ha notato con quanta rapidità abbia divorato il primo volume) è una storia del tutto diversa, che ha come protagonista una giovane donna moldava, Mirta, giunta in Italia in cerca di fortuna.
Trame differenti, personaggi quasi agli antipodi (Mirta è fragile tanto quanto Rocco è ruvido e impenitente), ma un unico nodo centrale, che è quello del dolore.
Scena dopo scena, particolare dopo particolare, ci si accorge che Manzini sa descrivere e (re)suscitare l'umana sofferenza attraverso attimi di autentica bellezza narrativa. Si pensi, ad esempio, alla scena in cui Guido e Anna Livolsi, genitori di una delle giovani vittime, accolgono Schiavone nel loro soggiorno, dopo la morte del figlio, e sono «avvinghiati come due naufraghi ad uno scoglio in mezzo all'oceano in tempesta».
Quello descritto nell'opera di Manzini è un dolore che non sempre ha senso e che muove sotterraneo nelle nostre viscere. O, meglio, il "senso" (quel filo rosso che possiamo intravedere nelle nostre esistenze e in quelle dei personaggi che più amiamo) c'è, ma non è sempre è rassicurante e positivo come ci aspetteremmo - come vorremmo.
Per questo ho parlato, all'inizio di questo post, di "Senso al Nero": Manzini ci conduce, con al sua scrittura rapida, senza fronzoli verso due finali inevitabili, a ben vedere costruiti sin dall'incipit. Il destino stringe i protagonisti in una morsa ineluttabile e non c'è possibilità di riscatto o di aiuto. I rapporti umani si disintegrano - se non in 7-7-2007 (dove l'amicizia fra Schiavone e i suoi vecchi "compagni di merende" garantisce comunque la condivisione della sofferenza), sicuramente in Orfani bianchi, dove la scena finale (così cinematografica!) è un tourbillon di incomunicabilità, panico, mancanza improvvisa - che è poi il manifestarsi della morte.

A. Manzini
7-7-2007
Sellerio editore
P. 369

A. Manzini
Orfani bianchi
Chiarelettere

P. 240

Eloisa Massola

giovedì 8 dicembre 2016

Rossana Carne, fra ISIS ed editoria - Parte seconda

(Qui la prima parte dell'intervista.)

- Dopo aver scritto il tuo libro sull'Isis, ne hai più o meno paura? Cosa, secondo te, spaventa le persone? E' uno stratagemma infallibile per spaventare i popoli... Cosa pensi della religione? E' politica o spiritualità?
Senza dubbio la paura è il mezzo più potente che si possa utilizzare per manovrare e governare la mente e le azioni delle persone. Paura dell’Isis? Onestamente no, così come non ho paura di dover affrontare il viaggio più importante nella vita di ognuno di noi, ovvero la morte. Le persone sono spaventate perché si sentono sostanzialmente impotenti e insicure nel loro stesso ambiente. Questa paura, ovviamente, è un fattore di “testa” e spesso ci viene inculcata dai mezzi di comunicazione. La costante visione di immagini di attacchi brutali e le parole usate dai giornalisti aiutano ad amplificare questa emozione che diventa, via via, sempre più grande e quasi incontrollabile. “Rischio precipitazioni”, “Bombe d’acqua”, per citarne alcune; oppure, ci ricordiamo tutti le immagini delle Torri Gemelle giusto? Il giorno dopo quel drammatico 11 settembre, la maggior parte delle trasmissioni TV diffusero delle immagini di musulmani intenti a festeggiare, anche se non si capiva cosa stessero festeggiando visto che non era riconoscibile un vero e proprio contesto. Questo pose le basi per la nascita di un’idea fuorviante, ovvero quella secondo cui tutti i musulmani sono pericolosi e la paura iniziò a scatenarsi in ognuno di noi fino ad esplodere con i recenti attentati, che io chiamerei con il loro vero nome cioè False Flag. In tutto questo, cosa c’entra la religione? Premettiamo che, oggi, politica e religione sono sostanzialmente la stessa cosa, comunque… da un lato la religione è un alibi perfetto per coloro che uccidono in nome di essa, la fatidica frase “ho ucciso perché me lo ha ordinato Dio” fornisce la scusa per scappare dalla propria coscienza e dalla responsabilità del singolo che, di fatto, commette l’azione. Dall’altro lato la religione è un’esortazione al combattimento. Basta prendere qualsiasi “testo sacro”, a iniziare dalla Bibbia, per rendersi conto di quanto il Dio descritto non sia un essere pieno di amore e misericordia, ma un vero e proprio guerrafondaio alla ricerca del potere terreno. A riprova di tutto questo, ci sono studiosi come Mauro Biglino che analizzano i testi antichi letteralmente, e ciò che ne emerge è sconvolgente nella sua semplicità, non ha bisogno di pagine e pagine per spiegare che ciò che è scritto significa, in realtà, altro. A titolo di esempio cito alcuni passi provenienti dai grandi testi delle religioni monoteiste:

«Dio li ha creati sotto forma di uomini per la gloria di Israele. Ma gli Akum (i non ebrei) furono creati all’unico scopo di servirli (gli ebrei) giorno e notte. Né essi potranno mai essere esonerati da questo servizio.  Si addice al figlio di un re (un israelita) che gli animali nella loro forma naturale, e gli animali nella forma di esseri umani siano i suoi servitori».
(VI Secolo A.C. formazione del testo definitivo nel 70 D.C. – Talmud Midrasch Talpioth, segg. 225d).

«Allora Sihon uscì contro di noi con tutta la sua gente, per darci battaglia a Jahats. Ma l'Eterno, il nostro DIO, ce lo diede nelle mani, e noi sconfiggemmo lui, i suoi figli e tutta la sua gente.  In quel tempo prendemmo tutte le sue città e votammo allo sterminio uomini, donne e bambini di ogni città; non lasciammo anima viva.» (VII Secolo A.C. – Antico Testamento, Deuteronomio, 2:32-34)

«Questa volta vidi arrivare un cavallo grigiastro e il nome del suo cavaliere era «Morte», gli teneva dietro il regno dei morti. A loro fu dato su un quarto della terra il potere di uccidere con le guerre, le carestie, le epidemie e le bestie feroci.» (90 – 95 D.C. Nuovo Testamento, Apocalisse 6:8)

«Quando poi saranno trascorsi i mesi sacri ucciderete gli idolatri dovunque li troviate, prendeteli, circondateli, catturateli ovunque in imboscate! Se poi si convertono e compiono la Preghiera e pagano la Decima, lasciateli andare per la loro strada. Allah è perdonatore misericordioso» (650 D.C. - Corano - Sura 9:5)
Come possono i cristiani o i musulmani, quindi, non essere influenzati da tutta questa violenza? È scritta… è palese nella sua semplicità!
Dovremmo invece porre la nostra attenzione ad alcune pratiche nate un po’ più a Oriente, che inducono l’uomo all’introspezione e alla rinascita della consapevolezza. “Conosci te stesso e conoscerai il Mondo” questa è la frase che dovrebbe essere insegnata ad ogni bambino sulla Terra, per fare in modo che in ogni essere umano nascano senso di responsabilità e consapevolezza. L’Isis è, senza dubbio, una questione politica che si legittima tramite la religione, nato in seno a lobby di potere che avrebbero voluto il controllo dell’area mediorientale, ma che alla fine si è rivoltato contro gli stessi “creatori”… un esempio simile lo troviamo in Afghanistan con i fantomatici Taliban.

- Progetti editoriali futuri? Altri progetti? Che cosa vuoi fare della tua esistenza?
Per quanto riguarda i progetti futuri: con Enigma abbiamo creato la collana Granelli di Sabbia che raccoglierà testi di varia natura. Granelli di Sabbia, infatti, nasce ispirandosi alla famosa poesia di William Blake e vuole esortare ogni persona che entra in contatto con essa, a non fermarsi alle semplici apparenze. È un’esortazione a vedere il mondo con occhi nuovi e disincantati, una visione che a lungo andare potrebbe davvero fare la differenza. La cosa più bella che possiamo provare, infatti, è il senso del mistero. Il mistero e la curiosità di scoprire sono la vera arte e la scienza che muovono il nostro Pianeta. Chi non prova queste emozioni, colui che non ha mai meditato su questi aspetti, è come se non avesse mai vissuto; mentre coloro che si muovono in questi meandri hanno la grande possibilità di poter cambiare o plasmare il mondo per le generazioni future. Ecco dove si spingono i nostri progetti, alcuni dei quali sono in fase di completamento e vedranno piena realizzazione a partire dall’autunno di quest’anno. Un esempio sarà la mia collaborazione con la rivista Hera, diretta da Enrico Baccarini, oltre che una serie di testi già in fase di elaborazione.

- Raccontaci qualcosa di te: i tuoi gusti, le passioni, le cose che non sopporti, i vizi, le virtù… ti
piace mangiare qualcosa di ricercato? Dove vorresti vivere? Sportiva o sedentaria o “il
giusto”?


Questa è senza dubbio la domanda più complicata di tutta l’intervista. In linea di massima sono una persona semplice a cui piace sperimentare ogni cosa mi passi per la testa. Mi piace rendermi utile per aiutare gli altri e per questo ho deciso di donare il sangue tramite l’Avis insieme ad altre piccole attività, mi piace dedicarmi alla meditazione e all’introspezione. Adoro la musica, mi piacciono tutti gli stili, anche se la classifica vede ai primi posti i Linkin Park, i Nightwish e Ludovico Einaudi che mi piacerebbe poter sentire dal vivo un giorno. Adoro fare le Gru con la carta degli Origami, è un’attività che mi rilassa e mi permette di operare con le mani lasciando la mente libera di viaggiare. Mi piace testare qualsiasi tipo di cibo, se mi trovo all’estero per lavoro, sono solita assaggiare i piatti locali. Avendo studiato e vissuto in Giappone, però, alcune delle pietanze di cui non potrei fare a meno derivano proprio dalla cucina del sol levante, anche se da buona italiana la pizza è in assoluto il mio piatto preferito. Dove mi piacerebbe vivere? Se mi fosse stato chiesto 10 anni fa, avrei risposto in una metropoli come Milano o Tokyo, ma oggi dico: Casa non ha un luogo geografico preciso, mi sono sentita a casa in molti posti, anche se oggi vivo nel mio piccolo paesino dove mi sveglio la mattina e la prima cosa che vedo è un cielo azzurro non inquinato e pieno di smog, dove si sentono cinguettare i volatili e dove ci si saluta alla “vecchia maniera”, anche se un po’ provinciale rispetto alle grandi città. Non sono una vera e propria amante dell’attività sportiva, ma vado regolarmente in palestra e mi alleno nella corsa sia per una questione di salute, lo sport fa bene e non possiamo negarlo, sia per una questione di svuotare la mente dai troppi pensieri e dallo stress quotidiano a cui siamo sottoposti. Cose che non sopporto… essenzialmente non mi piacciono la falsità e la prevaricazione a nessun livello, non mi piacciono le persone troppo egoiche o pronte a giudicare senza prima auto analizzarsi allo specchio; apprezzo, invece, la semplicità non solo caratteriale, ma anche dei gesti. Un sorriso, un abbraccio, una pacca sulla spalla sono sicuramente meglio di un whatsapp. La tecnologia, per quanto utile sotto certi aspetti, non fa altro che allontanare le persone e porle in una situazione di invidia e giudizio costanti, mi piacerebbe che nelle scuole venga lanciato un progetto di distacco dai mezzi di comunicazione per favorire, invece, la creatività di diversa forma: disegno, scrittura creativa, musica, sport… forse questo aiuterebbe tutti noi ad essere più vicini e riscoprire il valore di un abbraccio, invece che essere distanti anni luce gli uni dagli altri. Vizi e virtù… il vizio più accentuato è sicuramente, in alcuni ambiti della mia vita, la pigrizia; mentre la mia virtù principale è quella di saper pazientare.

- Tutto quello che ti va di aggiungere per Phaneron!
Innanzi tutto vorrei ringraziare di cuore Phaneron e tutto il suo staff per avermi dato la possibilità di rispondere al queste domande, mi sento onorata e grata per la vostra gentilezza nei miei confronti. Vorrei cogliere l’occasione per ringraziare nuovamente la mia famiglia per il sostegno che mi hanno dato in tutti questi anni e vorrei ringraziare anche il mio editore Enrico Baccarini per la fiducia, mentre un ringraziamento speciale lo vorrei dare a una persona speciale che chiamerò semplicemente Evo. Vorrei concludere con una piccola citazione, se possibile: «Che ci piaccia o no, siamo noi la causa di noi stessi. Nascendo in questo mondo, cadiamo nell’illusione dei sensi: crediamo a ciò che appare. Ignoriamo che siamo ciechi e sordi. Allora ci assale la paura e dimentichiamo che siamo divini, che possiamo modificare il corso degli eventi. Non è la materia che genera il pensiero, è il pensiero che genera la materia» (Giordano Bruno).

Intervista realizzata da Paolo Pulcina




venerdì 11 novembre 2016

La biologia e il senso della malattia - vol. 1

«Cosa ha forgiato il mio carattere? La storia della mia vita. [...] Ci sono persone Che restano bloccate sul versante emozionale e altre che vengono sommerse dalle emozioni. Il bisogno di forgiare il proprio carattere può manifestarsi in un modo o nell'altro. [...] La malattia risponde a un messaggio

Non necessariamente a "qualcosa che non va", ma semplicemente a un messaggio. Partendo da questo assunto, il medico generico Gérard Athias analizza, nel primo volume de La biologia e il senso della malattia le radici emotive e animiche della malattia intesa come "manifestato" di un nodo interiore da risolvere.
Dopo aver definito che cosa sia la malattia («l'espressione di un conflitto, di uno stress all'interno di uno spazio biologico»), Athias passa in rassegna i vari tipi di cancro sino a giungere all'esposizione della teoria riguardante il progetto inconscio dei nostri genitori (e dei genitori dei nostri genitori): in tal senso la malattia assume le caratteristiche di una risposta data a una domanda che ci lascia spesso senza parole, in quanto non è stata posta da noi, in questa vita - ma da persone che su di noi hanno proiettato desideri, timori, irrisolti e conflitti. In quest'ottica, ecco che la consapevolezza - la capacità coraggiosa di scrutare all'interno della nostra psyche - diviene fondamentale per la risoluzione del progetto-senso dei genitori e, dunque, della malattia.

«I genitori non sono colpevoli della nostra malattia. Io non sono una vittima, devo solo comprendere. [...] Si dice che bisogna lasciare la presa per evitare che l'altro abbia un'influenza su di noi. La soluzione consiste nell'accettare, amare, tollerare e lasciare la presa.» [1]

Non solo la famiglia può agire sulle manifestazioni del nostro corpo, ma anche noi stessi, sovente, siamo veicolo e alimento delle malattie che ci affliggono: nel "giorno 2" Athias si sofferma sui rischi della sottovalutazione e dell'aspirazione alla perfezione - mali caratteristici e sempre più diffusi nella nostra società. («La perfezione è terribile, non può avere figli...», scriveva Sylvia Plath.)

«[...] la perfezione ci conduce a due meccanismi: il primo consiste nel non fare niente, perché qualunque cosa si faccia non sarebbe perfetta, ed è il comportamento caratteristico del depresso; il secondo consiste nel rendersi conto che quello che si fa non è perfetto e nell'entrare in un percorso di sottovalutazione.»

Particolarmente interessanti in questo volume sono infine i numerosi riferimenti all'etologia e al mondo animale, che sovente viene utilizzato per spiegare i meccanismi d'azione della malattia dell'uomo, in un'affascinante prospettiva "olistica" che comprende la Natura tutta e che ci permette di comprendere come anche l'essere umano possa e debba essere inserito in una prospettiva più ampia, universale, che è specchio e rappresentazione del Cosmo nell'Uno.

Scritto in forma scorrevole e decisamente accattivante anche per i "non addetti ai lavori", il saggio di Athias merita senz'altro una lettura meditata e ragionata: se non possiamo ambire all'immortalità, è pur che possiamo cercare di ampliare i limiti della nostra consapevolezza per il nostro benessere e per il bene di coloro che amiamo.

Note:
[1] Gérard Athias aveva già affrontato il tema del progetto inconscio della famiglia ne Le radici familiari della malattia (Venexia Editrice, 2009), che trovate recensito sul blog Spaziofatato.


G. Athias
La biologia e il senso della malattia
Venexia Editrice
219 pagine


Eloisa Massola