martedì 13 febbraio 2018

«I nemici di un popolo sono coloro che lo tengono nell’ignoranza»

Un ricordo di Thomas Sankara

Era il 15 ottobre 1987 quando Thomas Sankara, conosciuto prosaicamente come il Che Guevara africano, venne assassinato durante una lezione sportiva pomeridiana, dai suoi stessi comagni di rivoluzione.
Il giovane capitano diventò presidente del Burkina Faso (allora Alto Volta), la “terra degli uomini integri”, il 4 agosto 1983 con un colpo di stato e da quel momento mise in atto una vera e propria ristrutturazione rivoluzionaria nel suo Paese: nazionalizzò le terre e le distribuì ai contadini, statalizzò le ricchezze minerarie, avviò campagne di alfabetizzazione e vaccinazione, si scontrò con gli organismi finanziari internazionali, promuovendo di non pagare il debito estero, promise l’autosufficienza per evitare di vivere dell'aiuto esterno e stimolò, così come nessuno ha mai fatto in Africa, i diritti della donna.

Ma, al di là del mito, chi era Thomas Sankara in realtà? Chi lo ha conosciuto bene e ha condiviso con lui le stesse speranze e gli stessi timori, ha raccontato del Sankara più umano a distanza di anni dopo la sua morte. Marie-Angélique Savané spiega che Sankara «aveva un carisma straordinario, era pieno di forza e di energia. Quando entrava in una stanza era impossibile non ammirarlo e stare a vedere che cosa avrebbe detto».
Profondissima la sua ammirazione che ancora oggi nutre per il presidente. Nel 1983, anno del suo arrivo al potere, questa donna senegalese lavorava alle Nazioni Unite e presiedeva la prima associazione femminista del Senegal. Racconta di essere sempre stata contraria ai colpi di stato, pensando che non fossero il metodo adeguato per l’ascesa al governo. Ma in quegli anni, in Africa, non c’era traccia di libertà di espressione, né di alternanza, né di una vera democrazia. E Thomas Sankara arrivò con le migliori idee progressiste, con il suo discorso vicino al popolo, perchè non era il classico militare. In molti, come Savané, hanno fatto il possibile per conoscerlo, per ascoltarlo. Poco dopo il golpe, Marie-Angélique era in missione in Burkina Faso e chiese un’audizione con il presidente.  La funzionaria racconta che fu uno scambio fraterno, che venne colpita dalla sua gioventù (Sankara aveva solo 33 anni, due anni meno di lei). Era un capitano dell’esercito diplomato all’accademia nazionale ed aveva perfezionato la sua formazione all’estero e, beninteso, aveva perciò la sua maniera autorevole di dire le cose: con lei si mostrò sempre estremamente aperto e attento. Ricorda anche che le disse di conoscere molto bene l'esercito, ma che non era economista, né sociologo, né politologo e che, pertanto, voleva attorniarsi di gente ben preparata per trarre il Burkina Faso fuori della miseria.
Sankara tagliò drasticamente la spesa pubblica (o, meglio, lo sperpero di denaro pubblico), combattè ferocemente la corruzione, girava senza scorta e senza autista su una utilitaria Renault, spesso in bicicletta andava a conoscere direttamente la vita delle persone più disagiate del Paese.

L'ossessione di Sankara, oltre che il principale obiettivo di ogni rivoluzione benevolente, era quello di migliorare le condizioni di vita del suo popolo. Che la gente potesse nutrirsi correttamente, vivere degnamente, accedere all'istruzione, esprimersi liberamente era lo scopo del suo lavoro quotidiano. Diede una svolta radicale all’economia della Nazione Burkinabé, concentrando tutti i suoi sforzi per lo sviluppo dell’agricoltura e dell’allevamento, creando centinaia di mini-dighe, promuovendo e proteggendo la produzione locale di fronte ai prodotti importati che affliggevano la già misera economia nazionale. Respinse qualsiasi aiuto internazionale che assomigliasse a un’elemosina ed era d’accordo solamente nel gestire sostegni che contribuissero a facilitare gli obiettivi che il suo governo si era prefissato, con grande soddsfazione di molte Ong che vedevano in tale atteggiamento un modello di gestione dell’assistenza estera.

Come riportato anche da Wikipedia, in 4 anni 2 mesi di amministrazione, il governo Sankara fece quanto segue: vaccinati 2.500.000 bambini contro morbillo, febbre gialla, rosolia e tifo (l’Unicef stesso si complimentò), creati presidi di salute primaria in tutti i villaggi del Paese, aumentato il tasso di alfabetizzazione, realizzati 258 bacini d'acqua, scavati 1.000 pozzi e avviate 302 trivellazioni, realizzate 334 scuole, 284 dispensari-maternità, 78 farmacie, 25 magazzini di alimentazione e 3.000 alloggi, avviati programmi di trasporto pubblico (autobus), combattuti il taglio abusivo degli alberi, gli incendi del sottobosco e la divagazione degli animali, costruiti campi sportivi in quasi tutti i 7.000 villaggi del Burkina Faso, soppressa la capitazione e abbassate le tasse scolastiche da 10.000 a 4.000 franchi per la scuola primaria e da 85.000 a 45.000 per quella secondaria.
Quasi tutte queste riforme, estremamente innovative per un paese africano degli anni Ottanta, furono annullate dal susseguente regime di Blaise Compaoré.
Quest’ultimo era il vice di Sankara ai tempi della “rivoluzione del 4 agosto”, ma preferì adeguarsi al costume della corruzione, dopo che il presidente si inimicò Francia, Inghilterra ed Usa a causa della sua volontà di non restituire i soldi del debito, contratto dai precedenti politici corrotti dell’Alto Volta. Sankara è un esempio di virtù umana ineccepibile tanto che il manipolo di profittatori interno, affiliato al suo stesso governo e capeggiato dal “fratello Compaorè”, lo condannò a morte.
Ancora oggi vigono molte incertezze su cosa accadde davvero a Sankara e ai 12 collaboratori-ufficiali uccisi nell’attentato. È molto significativo, però, che Compaorè tentò di ostacolare ogni indagine sull’assassinio del presidente, rimanendo in carica come dittatore per oltre 20 anni, con l’appoggio delle  “famose democrazie occidentali”.

«Mentre i rivoluzionari in quanto individui possono essere uccisi,
nessuno può mai uccidere le idee» - T. Sankara.

Paolo Pulcina

mercoledì 31 gennaio 2018

Filosofia coi bambini: unico modo per recuperare una società libera, autonoma, autocritica

L’idea di progettare e programmare lezioni di filosofia per bambini compare negli Stati Uniti alla fine degli anni Sessanta e parte dalla constatazione che non è possibile garantire una società veramente libera e solidale se non si riuscirà a generare persone capaci di pensare per se stesse, nel quadro di un processo solidale e cooperativo di discussione. L’ispiratore, iniziatore e principale autore di questo progetto socioculturale è stato Matthew Lipman, ex professore all'Università di Montclair (New Jersey), scomparso nel 2010. Nella città statunitense si creò l’Istituto per lo sviluppo della filosofia per bambini (IPCA) come ente istituzionale per lo sviluppo del curriculum, i lavori di ricerca pedagogica e la formazione degli insegnanti.
Grazie all'IPCA, “filosofia per bambini” è oggi il nome di un vasto progetto educativo che si è andato introducendo un po’ in tutto il mondo. L’Italia, che pur vive validi tentativi in merito, è ovviamente rimasta al palo, dalla prospettiva ministeriale ed istituzionale. In Italia, sono i singoli, individui o piccoli gruppi, a tentare di animare l’idea di regalare il pensiero filosofico ai bambini delle scuole elementari: i Ministri che si sono succeduti, almeno negli ultimi 25 anni, hanno sempre completamente ignorato la possibilità di rendere la filosofia un insegnamento istituzionalizzato, preoccupandosi, al contrario, di smantellare la “madre di ogni sapere” anche dagli istituti superiori dove oggi è ancora insegnata.

Un altro grande attore internazionale della filosofia per i bambini è José María Calvo, che implementò i principi e i fondamenti della filosofia per bambini nei suoi corsi di liceo in Spagna. Il professore propizia un concetto di nuova istruzione basata su principi democratici ed esprime l'idea, diffusa fra i pensatori esistenzialisti, che l'essere umano è un progetto che “si fa”, si realizza, si produce, sia a livello personale che sociale.
Ora, per Calvo (come per numerosi altri pensatori), questo “farsi” si attua attraverso l’istruzione che, in questo modo, acquista un significato vitale, esistenziale. Per compiere la sua missione, essa deve avere caratteristiche democratiche e tolleranti, per poter così adeguarsi alle esigenze umane del momento. L’autore riprende l’idea che l’istruzione sia una prassi, un’arte (pedagogia come arte dell’educazione) che si impara solo studiando i comportamenti all’interno delle aule, senza trascurare naturalmente gli apporti teorici che gli esperti possono apportare.

L’aspirazione di coloro che si dedicano all’insegnamento della filosofia ai bambini è di “insegnare a pensare”: non importa che tu conosca vita e opere di un filosofo, il suo pensiero approfondito sin nei suoi meandri, ma è importante che i bambini sappiano che “si può parlare persino di cose così strane come i ragionamenti e le interpretazioni, e che ognuno può commentarle e stravolgerle, se possiede altri ragionamenti da proporre”.

Filosofia alle elementari: immagine tratta dal sito de
"La Repubblica - Milano"
Attraverso la filosofia si deve offrire all’alunno la possibilità di acquistare le strategie, le procedure e gli atteggiamenti propri del pensare filosofico: il dialogo, l’argomentazione e l’atteggiamento critico serviranno allora affinché gli studenti imparino a pensare autonomamente.
Il professor Calvo concorda con i seguaci di questo sistema: i bambini hanno l’obiettivo di raggiungere l’acquisizione di un pensiero critico e creativo, di formarsi nella società della libertà di espressione (la parresìa).
Calvo concorda anche e soprattutto con la teoria per cui lo studente è il protagonista del suo apprendimento: è lui stesso a sviluppare un apprendimento significativo nella misura in cui scopre il significato di ciò che impara. In contrapposizione a quanto sostenuto e realizzato dalla Pubblica Istruzione, per cui il contenuto didattico è ben più cogente rispetto al significato di ciò che sto studiando, rendendo così l’insegnamento e il docente come “esperti” da imporre, il modello del programma “filosofia per bambini” si propone di recuperare il ruolo attivo dello studente come costruttore delle proprie conoscenze. Questa costruzione è possibile solo attraverso il dialogo con gli altri (Socrate e Platone saranno serviti a qualcosa, no?), donde l'importanza di favorire nell’aula la instaurazione di una comunità di ricerca: uno dei princìpi fondamentali del programma è il concetto che si impara solo e meglio in comunità (come postulato, fra altri, da John Dewey).
Questi concetti sono in linea con una visione della conoscenza che supera la tradizionale concezione speculare della stessa come riflesso della realtà, e la concepisce come una perpetua costruzione sociale, sempre in evoluzione (pragmatismo contro dogmatismo), fissando il traguardo ideale di una conoscenza capace di manifestarsi in un’applicazione pratica. Teoria e prassi si corroborano per un fine splendido: migliorare la qualità della vita sociale ed individuale dell’umanità. Progetto ambizioso, si dirà, ma è oggi reputato utopia soltanto perché non si vuole renderlo reale: è molto più comodo diseducarsi e viziarsi che educarsi e farsi virtuosi. E i risultati sono palesemente evidenti, banali, oramai… Se lo studente è il centro e il soggetto dell’istruzione, è indispensabile che la filosofia si offra all’alunno in modo tale che si riconosca vitale e necessaria. Per portare a termine un modello educativo come quello del programma IPCA, sono necessarie determinate condizioni: l’adozione di un modello attivo di istruzione, una preparazione adeguata dei docenti, la creazione di una comunità di ricerca e l’impiego di materiale significativo e fruibile per gli studenti. È imprescindibile anche il superamento di un concetto tribale di istruzione, vale a dire quel che la considera come una semplice trasmissione culturale da parte degli adulti, riservando agli allievi un atteggiamento passivo. In questo clima democratico, lo studente può prepararsi per la sua futura vita attiva nella società, perché sarà sviluppato il pensiero autonomo, critico e creativo, aperto al dialogo e alla tolleranza. In base al principio secondo cui “la filosofia non si impara, ma si vive o si fa”, nel programma di filosofia per bambini non si impara ciò che i filosofi hanno detto, ma si fa ciò che essi stessi hanno fatto: la classe non si limita ad apprendere filosofia, ma in essa, innanzi tutto, si fa filosofia.

Secondo Calvo (e lo possiamo davvero condividere appieno) le differenze fra l’educazione tradizionale-istituzionale e il nuovo concetto educativo risiedono in questi punti:

Educazione tradizionale:
- importante non è la persona che apprende;
- importante sono le materie ed il docente nel ruolo di esperto;
- lo studente continua ad essere un “mezzo” e non un “fine”; la finalità è, invece, approvare il metodo, ottenere i risultati, diplomarsi e laurearsi;
- più che apprendimento si tratta di insegnamento e studio.

Educazione innovativa:
- lo studente è il protagonista del suo apprendimento;
- il solo vero elemento importante è la persona che apprende;
- le materie curricolari devono essere “a servizio” dello studente;
- l’apprendimento significativo sarà determinato dallo studente medesimo;
- il “significato” non può essere insegnato, bensì ogni essere umano deve scoprirlo per proprio conto.

Il nuovo concetto di istruzione ha bisogno di una nuova struttura curricolare che assicuri a sua volta una istruzione significativa che tenda a sviluppare nelle persone menti riflessive e critiche. Josè Calvo ritiene che la filosofia per bambini costituisca un elemento fondamentale nella riforma educativa del suo Paese ed elenca i vantaggi che comporta quel progetto: in primo luogo sottolinea l’importanza del pluralismo e la presentazione della filosofia attraverso racconti che facilitano la scoperta della realtà da parte di bambini e adolescenti. Un’altra delle benedizioni ponderate del programma è che gli studenti si abituino a pensare da se stessi sui temi importanti della vita, a prendere coscienza delle responsabilità come esseri umani.
Il nostro obiettivo: elaborare una pedagogia che insegni ad apprendere, ad apprendere per tutta la vita dalla vita stessa” (Rudolf Steiner).

Paolo Pulcina

giovedì 30 novembre 2017

Il caso della materna "Korczak" di Vercelli: no alla caccia alle streghe!

Le immagini delle violenze fisiche e verbali di cui alcune maestre della scuola dell'infanzia "J. Korczak" di Vercelli si sono rese responsabili sono state diffuse più volte dai telegiornali nazionali in questi giorni. La Polizia ha mostrato, attraverso gli organi di stampa, un video in cui si vedono chiaramente le insegnanti strattonare i loro piccoli alunni e gridare contro di loro con veemenza, creando nella classe un clima di vero e proprio terrore. I fatti (gravissimi) si commentano da sé.
Perciò vorrei spostare l'attenzione sul dibattito che, in questi giorni, si sta scatenando in città, a proposito delle responsabilità dell'intero corpo docente (!!) e sulla possibilità di prevenire episodi di questo genere - di cui, purtroppo, sempre più spesso, riceviamo notizia.
Come insegnante, sono la prima ad essere indignata per quanto successo alla scuola materna "Korczak" di Vercelli e a ritenere che le persone coinvolte vadano punite severamente: ne va della professionalità di tutta la categoria.
Detto questo, non sopporto e non tollero il clima da "caccia alle streghe" che si sta diffondendo a Vercelli. Non è giocando a fare i piccoli inquisitori che potremo risolvere problemi di tale entità.
Vogliamo fare una riflessione SERIA sulle condizioni del sistema scolastico italiano (riformato, legislatura dopo legislatura, da ministri che non hanno mai messo piede in un'aula scolastica e che sono ansiosi di verificare, a pagamento, solo la nostra erudizione - del tutto inutile, quando ci si trova a dover gestire classi di 30, 34 persone)? Allora partiamo dai criteri di selezione del personale, che dovrebbero basarsi innanzi tutto sulla capacità del singolo docente di gestione dello stress e di risoluzione del conflitto nell'immediato. Questo taglierebbe fuori dalla scuola pubblica tutti quegli "insegnanti" (e ce ne sono tanti!) che "scelgono" di fare questo mestiere non perché realmente lo amino e desiderino svolgerlo, ma perché si tratta di un posto pubblico, a cui è relativamente facile accedere (seppure come precari) e che garantisce uno stipendo pagato con regolarità da settembre a giugno. Perdonate la franchezza, ma non è questo lo spirito che dovrebbe spingerci all'insegnamento, che è un lavoro bellissimo, ma anche molto difficile.
Se vogliamo essere utili e proteggere davvero i nostri bambini, parliamo di questo... sforziamoci, per una volta tanto, di fare riflessioni sensate, supportate da opinioni INFORMATE.
Le ronde delle mammine-pancine da una scuola all'altra non solo non aiutano nessuno, ma sono addirittura controproducenti.
Screenshot tratto dal filmato diffuso dalla Polizia di Stato.
Vorrei anche aggiungere (last but not least) che i giornalisti (nazionali e locali) parlano tanto del "clima omertoso" fra insegnanti (dimostrando di non avere ben chiaro che cosa significhi svolgere il proprio lavoro con passione: chi insegna perché AMA farlo, non ha NESSUN INTERESSE a coprire colleghi nullafacenti o, peggio, pericolosi per i bambini e i ragazzi!), ma ben pochi si soffermano sulle responsabilità della dirigente che, a spron battuto, continua a ripetere a tv e giornali di "non averne mai saputo niente". Fosse anche vero (e questo va comunque accertato), si tratta di un fatto gravissimo: dov'era questa dirigente che, da ottobre 2017, ha ricevuto - come tutti i presidi - ben 400 euro di aumento di stipendio?
Un insegnante non è per forza tenuto sapere che cosa accada nella classe del piano di sotto o dall'altro capo del corridoio - non è questo il suo compito. Invece un dirigente dovrebbe saperlo... dovrebbe essere, questo, il primo dei suoi doveri!
Invece tutti sono pronti a bruciare sul rogo le maestre della scuola "Korczak", anche quelle che non sono state inquisite ("Perché sapevano! Sono omertose, conniventi"... e giù con tutto il repertorio da Ku-Klux-Clan di provincia), ma nessuno si sofferma a riflettere su quanto sia GRAVE che una dirigente scolastica (pagata circa 3.000 euro al mese) per VIGILARE su quanto avviene a scuola continui a ripetere coram populo: «Io non ne sapevo nulla».

Eloisa Massola

giovedì 24 agosto 2017

Scusami, Hegel...


"Was vernünftig ist, das ist wirklich; und was wirklich ist, das ist vernünftig".

Così recita G.W.F. Hegel nella prefazione ai suoi “Lineamenti di filosofia del diritto”.
Hegel non è “un” filosofo: Hegel è un mostro sacro della storia della filosofia. Senza perderci nelle miriadi di descrizioni del pensiero e delle opere del tedesco, cerchiamo di concentrarci su un’interpretazione di questa frase, che tanto ha prodotto sviluppi successivi nella storia della cultura e dell’umanità.
La frase sopra citata è generalmente traducibile in questo modo: “Ciò che è razionale è reale; e ciò che è reale è razionale”. Senza dubbio, una bella trovata.
Hegel è il filosofo che estremizza l’idealismo e lo porta, a suo dire, alla sua compiutezza massima: l’incarnazione più completa, immanente, olistica della Ragione Cosmica, o Spirito Assoluto, forza generatrice e creatrice dell’universo. L’Idea pura si auto-espone nel mondo fisico, creandolo e facendone esperienza, per poi ritornare al mondo dei concetti, migliorata di questa esperienza cosmica.
Se non fosse Hegel a scriverlo, potremmo facilmente accreditare tutto questo a qualche esoterista di scuola steineriana o ancora meglio orientale. Invece è proprio il filosofo di Stoccarda, quello che ha trasformato l’intera storia della filosofia fra ‘700 e ‘800 assieme a Kant, per poi cedere il passo agli allievi Feuerbach e Marx.
Dobbiamo però sintetizzare, per non perderci nella incontenibile produzione di Hegel: concentriamoci su questa rivoluzionaria e lapidaria frase.

Se tutto ciò che è razionale è reale, dobbiamo intendere che la ragione è immersa in questo mondo che viviamo in ciascuno dei suoi aspetti. Ogni pensiero è manifesto nella realtà.
Se tutto ciò che è reale è razionale, dobbiamo intendere che la realtà in cui siamo immersi è dettata dalla ragione. Lo Spirito Assoluto, ossia la Razionalità dell’universo, determina la nostra realtà di ogni istante.
Le riflessioni sono a dir poco necessarie: qui non si tratta di beghe filosofiche o storico/politiche, qui si tratta di guardarsi allo specchio e chiedersi se questo mondo sia il migliore possibile che il Cosmo possa aver prodotto (un po’ come per Leibniz, ma non dobbiamo confonderci...), oppure se la Razionalità universale si stia ancora adoperando per svilupparsi nel mondo.
Se ognuno di noi osserva la sua vita, e dico OGNUNO DI NOI, ed affermasse che la ragione è tutto intorno a noi, ebbene sarebbe da studiare. Clinicamente, psicologicamente, socialmente, praticamente.
Hegel provò a fondare un suo sistema universale esistenziale ed esaustivo. Come? Travisando tutto ciò che potesse, tranne l’idea di dialettica. Solo questo ha davvero azzeccato bene. Il resto lo ha reso mostruoso, quasi cercasse di sopprimere ogni buon senso.
Egli partì dallo stravolgimento che Fichte operò sull’Io-Penso di Kant, trasformando questo “operatore mentale” in una coscienza universale che genera il sé e il mondo attorno al sé. Poi, concepì che il cosmo produce tutto ciò che esiste in tre fasi differenti: la tesi (momento astratto), la sua contrapposta antitesi (momento negativamente razionale) e la loro conseguente sintesi (momento positivamente razionale). Il passaggio da antitesi a sintesi è chiamato “aufhebung”, superamento: un delirio in cui il Cosmo “toglie e mantiene” al contempo elementi qualitativi dei due momenti contrapposti per giungere alla sintesi.
Secondo Hegel, tutto ciò che esiste, emozioni e pensieri compresi, funziona così. E la Razionalità universale ha percorso la storia dell’umanità in tante tappe (spiegate in alcuni dei suoi testi, su cui la famosissima “Fenomenologia dello Spirito”) fino ad arrivare al suo compimento perfetto, coglibile dalla sola Filosofia (sintesi di Arte e Religione) e manifesto nell’epoca della grande Prussia in cui viveva ed insegnava. Ecco servito un ciarpame di frustrazioni, venduto al pubblico da Hegel come “scienza compiuta”.
Dov’era la razionalità cosmica prima che esistessero l’uomo e l’umanità? È solo l’uomo che l’ha realizzata in questo mondo fisico? E come fa la Natura, che tanto amava Hegel, a non rappresentare l’Idea (o Logos) generatore del Cosmo stesso? Come può la Natura essere l’antitesi dell’Idea??? E la Prussia dell’Ottocento era davvero, agli occhi di un genio del pensiero, l’incarnazione sociale dello Spirito Assoluto che era giunto al compimento della sua Grande Opera?
Io penso che Hegel, dotato di un acume e d’una profondità uniche, abbia fatto nient’altro che ingannare se stesso tutta la vita. E mi dispiaccio: avesse avuto meno paura, avrebbe davvero cambiato (in meglio) la cultura occidentale. E invece si è sentito quasi ateo dopo essere stato religioso ed aver concepito lo Spirito Assoluto cosmico. Ha parlato di “incessante dialettica universale” e poi l’ha castrata al 1831, ha concepito lo “stato etico” per poi ammettere e giustificare la totale ingiustizia sociale di quei tempi.
Mi spiace davvero, ma ha detto bene Schopenhauer: “Calibano intellettuale, sicario della ragione”. Anche perché il caro Hegel ha irriso se stesso proprio sulla dialettica: essa è il movimento eterno dello Spirito Assoluto, della Ragione Universale. Dopodiché, arrivati alla Filosofia, sintetica fusione di religione ed arte (dal versante speculativo) e arrivati all’eticità, sintetica fusione di moralità e diritto (dal versante sociale), questo incessante movimento cosmico si arresta. E futuro non c’è. Perché? Perché Hegel si crede il portavoce ultimo dell’idealismo, la filosofia per eccellenza che ha superato (togliendo e mantenendo!!!) tutte le altre forme di sapere. Perché siamo nella grande Prussia del primo ventennio dell’Ottocento. Di meglio non potrà esserci. Eppure, caro Hegel...

Concludiamo con Marx, il suo più prolifico seguace e interprete. Si può essere marxisti o marxiani (e non è un gioco di parole...), si può capire Marx o soltanto “amarlo”, si può leggerlo senza inneggiarlo, si può inneggiarlo senza leggerlo, si può criticarlo senza conoscerlo e conoscerlo senza criticarlo. Si può essere comunisti senza essere marxisti o marxisti senza essere comunisti (anche se più difficile...); ma non si può togliergli il grande e immortale merito di aver detto a Hegel (parafrasi del tutto personale, ndr): «Somaro, hai fatto un gran casino. Bastava solo metà di quella frase, il resto l’hai usato per scopi puramente personali ed opportunistici».
Per Marx, ciò che è reale, la società in cui si vive, fatta di uomini, donne, bambini, animali, ambiente, case, alberi, giardini, fabbriche, panettieri, carbone, patate e sigari, NON È razionale, anzi è del tutto irrazionale, iniqua e ingiusta. Umanamente inaccettabile e del tutto discutibile. Se poi il filosofo di Treviri ci ha costruito una sua teoria politico/filosofica che ha sconvolto il corso dei tempi, questo è giudizio di ognuno di noi, ma sicuramente ha inciso più Marx di Hegel nella storia dell’umanità. Quindi a Hegel un regalino non l’ha portato nemmeno il suo Spirito Assoluto: questi l’ha portato al suo allievo Marx, meritevole di averle “suonate” al maestro. Marx ha quindi intrapreso la sua strada: amata, odiata, anelata, deturpata, travisata, schifata o altro. Ma comunque strada piena di idee che concretizzano eventi: ragione che si fa realtà.
Quando invece, povero Hegel, hai ecceduto con la birra ed è la realtà a fare la ragione, ahimè non hai proprio niente da dirci se non “negativamente” (il “negativo” filosofico) e ognuno di noi resta un universo di per sé. Hai realizzato l’unità di pensiero ed essere, poi l’hai congelata istantaneamente nelle tue autocelebrazioni. Hai svenduto il tuo acume intellettuale alla società del tuo tempo, volendo forzare l’esistenza dentro alla ragione: avresti certamente avuto più fortuna imparando da Parmenide, Spinoza e dal tuo ex amico Schelling.

Paolo Pulcina

domenica 16 luglio 2017

Po(i)etica: "Solo nera"

Inauguriamo oggi la buona abitudine di dedicare uno spazio periodico anche alla poesia. Poiché la poesia è «il salvagente / a cui mi aggrappo / quando tutto sembra svanire» (Khalil Gibran).

Solo nera
di Silvia Garbarini

Sono nera
avevo paura
sono scappata
ho chiesto un lavoro
ma

sono nera
avevo paura
ho chiesto scusa
e per favore
ma

sono nera
avevo paura
ho chiesto aiuto
una dimora per i miei bambini
ma

sono nera
avevo paura
ho continuato ad averne
finché
mi hanno venduta
come merce
e ho capito
che

sono nera.

(Qui le notizie sull'autrice, di cui abbiamo già pubblicato il racconto per bambini La luna nera.)

lunedì 3 luglio 2017

La luna nera - Un racconto di Silvia Garbarini

Molto tempo fa, prima dell'avvento di Internet, social network, tablet e smartphone, le fiabe erano uno strumento insostituibile, a disposizione dei più piccoli, per imparare a gestire le difficoltà della vita, i fallimenti e le frustrazioni, i pericoli e le minacce. Raccontate prima di andare a dormire (quando, cioè, la nostra anima e la nostra mente sono maggiormente disposte a percepire, introiettare e rielaborare), permettevano ai bambini di sviluppare doti preziose, come l'intelligenza, l'autostima e l'importanza dell'autoaffermazione.
Oggi, purtroppo, la tecnologia ci ha confusi. E' molto più facile far addormentare i propri figli davanti al televisore oppure intontirli dando loro in mano un tablet mentre siamo in pizzeria, tanto per farli stare buoni, invece di tentare di educarli alle emozioni. Il risultato di simili metodi "educativi" (e lo si vede bene durante l'adolescenza!) è la difficoltà sempre maggiore, da parte dei giovani, a relazionarsi attraverso il dialogo e a gestire consapevolmente l'emotività. «Oggi è difficile parlare» scrivono a volte nei temi. «Preferiamo messaggiare, ma poi ciò che temiamo è il contatto con le persone.»

Per questo ci è sembrato giusto e importante pubblicare su questo blog una fiaba scritta da una giovanissima scrittrice valsesiana, Silvia Garbarini - che così si presenta ai suoi lettori:

«Mi chiamo Silvia Garbarini e sono una ragazza che ha appena finito di sostenere l’esame di maturità al liceo delle Scienze umane Gaudenzio Ferrari a Borgosesia. La scrittura e la lettura sono sempre state le mie più grandi passioni che coltivo fin da quando ero piccola. A queste se ne aggiunge una terza, la danza. Nel tempo libero scrivo un po’ di tutto, spaziando dal drammatico ai racconti per bambini, ma adoro soprattutto comporre poesie.
Scrivere per me è come “vivere un po’ di più”, è rendere ogni giorno un po’ più mio.»

In questi tempi - in cui ci riversiamo addosso gli uni gli altri una valanga di parole senza più saper comunicare veramente - ben vengano nuovi talenti, desiderosi di riscoprire il valore po(i)etico e un po' magico della parola scritta.

La luna nera

C’era una volta un uomo molto molto alto che era sempre vestito di nero. Portava un cilindro sulla testa e le sue guance erano rosse come pomodori. L’uomo, il cui nome era Thor, abitava in una vecchia casa sulla collina, in un piccolo villaggio chiamato Picchiodoro. In questo paese regnavano la pace e la serenità poiché tutti gli abitanti erano molto contenti del loro re. Quest’ultimo era un uomo minuto dall’aria gentile sul cui viso non mancava mai il sorriso. Il re vestiva sempre di giallo e cucinava spesso biscotti a forma di sole, dal sapor di cannella, da offrire a tutti i bambini di Picchiodoro. Egli organizzava molte festicciole all’interno del suo regno, cosicché anche i cittadini più poveri potessero ridere e ballare grazie alle gentilezze del re tanto amato.
Un giorno però, qualcosa all’interno del regno cambiò.
Di notte, mentre gli abitanti dormivano, un pianto risuonò nel vento; Thor, spaventato, si svegliò, si affacciò alla finestra preoccupato e alzando gli occhi al cielo si accorse che la Luna piangeva, triste come la pioggia che cade in autunno. “Perché piangi?” chiese sottovoce Thor, attento a non spaventare la Luna. Ella rispose: “Sono brutta e pallida! Voi abitanti non mi osservate mai, mi ignorate! Vi preoccupate di ammirare solo mio fratello, il Sole, che con tutti quei raggi dorati non smette mai di ammaliarvi!” Thor allora rispose: “ Mi dispiace Luna! Ma cosa posso fare io, che sono solo un uomo?” E la luna: “Nascondimi con i tuoi vestiti neri, cosicché io possa sparire da qui una volta per tutte!” L’uomo si spogliò del suo mantello e avvolse con cura la luna, fino a soffocarne la luce che soleva emanare.
I giorni passarono e a poco a poco gli abitanti di Picchiodoro si accorsero che non riuscivano più a dormire; una notte tutti i cittadini corsero disperati dal Re in cerca di conforto ed egli parlò loro. “Cittadini di Picchiodoro, ascoltatemi tutti! La luna ci ha abbandonati, è per questo che non riuscite a prendere sonno. Thor mi ha raccontato che la luna è triste perché noi non la apprezziamo e non ci preoccupiamo mai per lei, per questo si è spenta! Stanotte andremo tutti sul ponte della Vecchia Quercia, la riaccenderemo e lei ci perdonerà. Le dimostreremo che le vogliamo bene!”
Illuminando il sentiero con candele e lucerne tutti gli abitanti si incamminarono fino a raggiungere il luogo indicato dal Re. Thor era già là. I cittadini non persero tempo, si sdraiarono supini sull’umido prato vicino al ponte e alzarono gli occhi verso le limpide stelle della notte. Rimasero così per ore, cercando nel cielo uno spicchio di luna; ed ecco che ella se ne accorse. La Luna, accarezzata e accolta da tutti quegli occhi, si sentì rinascere. Pian piano diventò più tiepida e la sua luce riprese a splendere come una lanterna accesa dagli occhi felici di tanti uomini.

lunedì 20 marzo 2017

Antonio Manzini: "7-7-2007" e "Orfani bianchi"

C'è una sorta di "Senso al Nero" che attraversa l'opera di Antonio Manzini, attore, sceneggiatore, regista, scrittore e celebre genitore letterario del personaggio di Rocco Schiavone, interpretato sullo schermo da Marco Giallini.
Io l'ho scoperto quasi per caso - suggeritomi da una cara amica (nonché lettrice raffinata e intelligente) e regalatomi poi (parlo di 7-7-2007) da mia madre per Natale.
7-7-2007 è il capitolo finale dei romanzi incentrati sulla figura del vicequestore Schiavone; mentre Orfani bianchi (anche questo un regalo - del mio compagno, che ha notato con quanta rapidità abbia divorato il primo volume) è una storia del tutto diversa, che ha come protagonista una giovane donna moldava, Mirta, giunta in Italia in cerca di fortuna.
Trame differenti, personaggi quasi agli antipodi (Mirta è fragile tanto quanto Rocco è ruvido e impenitente), ma un unico nodo centrale, che è quello del dolore.
Scena dopo scena, particolare dopo particolare, ci si accorge che Manzini sa descrivere e (re)suscitare l'umana sofferenza attraverso attimi di autentica bellezza narrativa. Si pensi, ad esempio, alla scena in cui Guido e Anna Livolsi, genitori di una delle giovani vittime, accolgono Schiavone nel loro soggiorno, dopo la morte del figlio, e sono «avvinghiati come due naufraghi ad uno scoglio in mezzo all'oceano in tempesta».
Quello descritto nell'opera di Manzini è un dolore che non sempre ha senso e che muove sotterraneo nelle nostre viscere. O, meglio, il "senso" (quel filo rosso che possiamo intravedere nelle nostre esistenze e in quelle dei personaggi che più amiamo) c'è, ma non è sempre è rassicurante e positivo come ci aspetteremmo - come vorremmo.
Per questo ho parlato, all'inizio di questo post, di "Senso al Nero": Manzini ci conduce, con al sua scrittura rapida, senza fronzoli verso due finali inevitabili, a ben vedere costruiti sin dall'incipit. Il destino stringe i protagonisti in una morsa ineluttabile e non c'è possibilità di riscatto o di aiuto. I rapporti umani si disintegrano - se non in 7-7-2007 (dove l'amicizia fra Schiavone e i suoi vecchi "compagni di merende" garantisce comunque la condivisione della sofferenza), sicuramente in Orfani bianchi, dove la scena finale (così cinematografica!) è un tourbillon di incomunicabilità, panico, mancanza improvvisa - che è poi il manifestarsi della morte.

A. Manzini
7-7-2007
Sellerio editore
P. 369

A. Manzini
Orfani bianchi
Chiarelettere

P. 240

Eloisa Massola